Chi Siamo

L'eleganza che si conquista.

La storia di un atelier ligure, di tre generazioni di donne, e di un'idea semplice: vestire ognuna per chi è diventata.

La Storia di Nonna Marchetti

Camogli, 1962.

Mia nonna si chiamava Marchetti. Tutti la chiamavano "Nonna Marchetti" — anche chi non era della sua famiglia, come si fa nei piccoli paesi liguri quando una donna diventa un'istituzione.

Ha aperto il suo atelier a Camogli nel 1962, in una bottega affacciata sul Golfo Paradiso. Cuciva da quando aveva quindici anni. Sua madre le aveva insegnato a tagliare il lino seguendo la grana del tessuto, a riconoscere una seta vera dal modo in cui cade tra le dita.

Per quarant'anni ha vestito tre generazioni di donne dello stesso paese. Abiti da sposa che diventavano vestiti della domenica, poi vestiti per i battesimi dei nipoti. Completi di lino per i pranzi in famiglia. Bluse leggere per le lunghe estati liguri.

Capi che invecchiavano con dignità, come chi li indossava.

Quando ha smesso di cucire, è rimasta a vivere lì. La bottega era anche la sua casa — la stanza sul retro affacciata sul mare era la sua camera da letto, il tavolo da taglio era diventato il tavolo da pranzo della domenica. L'atelier ha chiuso le sue porte al pubblico, ma è rimasto vivo nei suoi gesti quotidiani, in attesa di qualcuno che potesse riaprirle.

La Storia di Mia Madre

Camogli, anni '70.

Mia madre, Elena, è cresciuta in quella bottega. Da bambina aiutava nonna a infilare gli aghi, a stirare le pieghe degli abiti finiti, a ordinare i bottoni per colore in piccoli barattoli di vetro.

Ha imparato tutto da lei — il taglio, il drappeggio, la pazienza. Ma quando è arrivato il momento di scegliere la sua strada, ha scelto di insegnare. Per quarant'anni ha insegnato italiano e storia dell'arte in un liceo di Genova. La sarta era nonna; mia madre era diventata qualcos'altro.

Eppure, ogni domenica, tornava nella bottega. Cuciva i suoi vestiti, quelli di mia nonna, quelli che indossavo io da bambina. Le sue mani conoscevano la stoffa come le mie conoscono una matita.

Quando si è sposata con mio padre, ha preso il suo cognome: Lenari. Da allora, in famiglia, ci siamo abituate a dire "le donne Lenari" — io, lei, e un giorno, forse, anche una mia figlia.

L'atelier rimaneva la casa di nonna. Nessuna delle due ha mai pensato di toglierle ciò che era suo.

La Storia di Sofia

Milano, vent'anni dopo.

Io, Sofia Lenari, sono cresciuta tra quelle stoffe. Mi addormentavo sotto il tavolo da taglio mentre nonna lavorava la sera, con il rumore delle forbici e il profumo del cotone caldo dal ferro da stiro.

A diciotto anni sono partita per Milano e ho passato quindici anni nell'industria della moda. Sfilate, uffici stile, marchi che inseguivano sempre la prossima ragazzina di vent'anni.

In tutti quegli anni ho visto la stessa cosa: il mondo della moda aveva smesso di vestire le donne reali.

Lo vedevo nelle mie amiche, che a quarant'anni cominciavano a "sparire" dagli scaffali. Lo vedevo in me, quando guardavo il mio armadio e non riconoscevo più la donna che ero diventata. E lo vedevo soprattutto in mia madre — non perché lei non sapesse vestirsi, ma perché a sessant'anni aveva smesso da tempo di credere che la moda fosse fatta per lei.

Il Ritorno

Camogli, oggi.

Quando nonna Marchetti è mancata, nel 2021 sono tornata a Camogli. Mia madre era già lì, nella bottega che era stata di sua madre per quasi sessant'anni. Stava aprendo i cassetti del tavolo da taglio uno per uno.

C'erano ancora i modelli di nonna, i suoi appunti scritti a matita sui bordi, i nomi delle donne che vestiva accanto alle loro misure. Donne che oggi sarebbero anziane, alcune scomparse, alcune ancora vive — e ancora alla ricerca di qualcosa che il mondo non sembra più voler cucire per loro.

Ci siamo guardate, mia madre e io. Lei aveva sessant'anni e non trovava più un abito che le piacesse nei negozi. Io ne avevo quarantacinque e avevo passato la vita a disegnare moda per altre. Avevamo le mani di nonna, i suoi modelli, la sua bottega.

"E se la riaprissimo?" le ho chiesto.

"Non per le clienti di una volta," mi ha risposto. "Per noi. Per le donne come noi."

L'abbiamo chiamato Atelier Lenari, dal nostro cognome — il mio e quello di mia madre. Non per cancellare il nome di nonna, ma per portarlo avanti in un modo nuovo, da donna a donna, di generazione in generazione.

È lì che è nato Atelier Lenari.

Tre generazioni di donne, una sola bottega ligure, una sola idea: vestire le donne per chi sono diventate. Mia madre disegna con la mano che ha imparato da sua madre. Io porto la collezione nel mondo. La bottega di nonna, dopo anni di silenzio, ha ripreso a cucire — questa volta, anche per noi.

Per le donne che hanno costruito una vita — figli, carriere, case, amori, perdite. Donne che non hanno più nulla da dimostrare ma che vogliono ancora sentirsi belle.

E soprattutto, sentirsi se stesse.

Cosa Significa Indossare Atelier Lenari

I quattro pilastri del nostro lavoro.

1. Tessuti che durano Lino, cotone, seta, lana vergine. Niente fibre che si esauriscono dopo tre lavaggi. I nostri capi sono pensati per essere indossati per anni, non per stagioni.

2. Tagli per donne vere I nostri capi sono pensati per donne dai quarant'anni in su. Vestiamo persone, non manichini. Ogni modello è studiato per valorizzare un corpo che ha vissuto.

3. Eleganza senza moda Non rincorriamo le tendenze. Disegniamo capi che funzioneranno nel tuo armadio anche tra cinque anni. L'eleganza vera non passa di moda.

4. Una maison italiana, davvero Atelier in Liguria, lavorazioni italiane, materiali europei. Niente fast fashion travestito. Ogni capo passa per il nostro controllo prima di arrivare a te.

La Nostra Promessa

Non si veste l'età. Si veste la grazia.

Ogni capo Atelier Lenari nasce dall'idea che l'eleganza vera non si imita — si conquista. Con il tempo, con le scelte giuste, con la consapevolezza di chi siamo diventate.

Se hai costruito una vita, meriti capi che la rispettino.

Con cura, Sofia e Elena Lenari Atelier Lenari · Camogli, Liguria